AI eBook Suite Prova la demo gratuita Vedi i prezzi

Il custode del libeccio

Un giallo a Punta Chiappa

Di AI eBook Suite (esempio)

L'eredità di pietra

Il notaio aveva uno studio a Camogli con le finestre che davano sul porto, e per tutto il tempo della lettura Marta guardò le barche che beccheggiavano, una contro l'altra, come bestie legate a un palo. Fuori il vento di tramontana tirava le bandiere dritte come lamiere.

«Alla signora Marta Roversi, fu Alberto, pronipote» lesse l'uomo, e si fermò a togliersi gli occhiali. «Il faro di Punta Chiappa, con la torre, la lanterna, la casa del guardiano e il terreno circostante. Nient'altro. Non c'è altro, signora. Né soldi né gioielli. Sua zia era una persona molto... essenziale.»

«L'ho vista tre volte» disse Marta. «Una a un funerale.»

«Ecco.» Il notaio spinse verso di lei una busta di carta manila e un anello con una sola chiave, grossa, annerita. «Non so dirle perché abbia scelto lei. Non ha lasciato spiegazioni. Solo questo.»

Marta prese la chiave. Era fredda e pesava più di quanto sembrasse. Se la rigirò tra le dita, dita che da vent'anni sapevano di acetone e di trementina, con le unghie corte e una piccola cicatrice bianca sul pollice, dove una volta il bisturi era scivolato. Pensò che Davide avrebbe fatto una battuta. Un faro, Marta. Tu, che non sai nemmeno accendere il gas. Si sorprese a cercare la sua voce, e la voce non venne. Venne solo il rumore della carta nella busta.

Firmò dove le dissero di firmare.

Lasciò la macchina all'ingresso di San Rocco e proseguì a piedi, perché oltre non si passava. Il sentiero scendeva e risaliva tra gli ulivi e le fasce a secco, e a ogni curva il mare si scopriva più grande, di un blu duro, increspato di bianco. Il vento le entrava nella giacca, le strappava ciocche dallo chignon disordinato e gliele sbatteva sulla bocca. Sapeva di sale e di timo selvatico, e sotto, appena, di alghe marce.

Poi, dopo l'ultima svolta, la punta. Una lingua di roccia scura che si allungava nell'acqua, e in cima, solo, il faro.

Si fermò. Da lontano l'aveva immaginato bianco. Era una torre cilindrica, bassa, con la vernice a lembi, come pelle dopo una scottatura; sotto, la pietra grigia affiorava in macchie, e dove l'intonaco era caduto il salino aveva scavato piccoli crateri. In cima la lanterna: un cappello d'ottone verde di ossido, con i vetri opachi di sporco. Ai piedi, la casa del guardiano, tarchiata, con le imposte chiuse e una di esse che batteva, a ritmo irregolare, contro il muro.

Marta lo guardò come guardava ogni superficie ferita, cercando prima il danno, poi la causa. Umidità di risalita. Infiltrazioni dal cornicione. Il vento aveva mangiato la malta dai giunti. Era un modo di non sentire. Funzionava quasi sempre.

Quasi.

Dai, vieni anche tu. Davide, sul molo di Nervi, con il giubbotto arancione ancora slacciato, e lei che scuoteva la testa: Ho la consegna lunedì, vai tu. Ti fa bene. Gli aveva persino sorriso.

Si accorse di avere la mano chiusa sulla chiave così forte da sentirne i denti nel palmo. Riprese a camminare.

Il porticciolo era una manciata di case color ocra e rosa spento, aggrappate alla roccia, e un bar con quattro tavolini di ferro legati alle sedie con una catena, per il vento. Dentro odorava di caffè bruciato e di straccio umido. Dietro il banco una donna sulla sessantina, capelli grigi tagliati corti, grembiule blu, stava asciugando un bicchiere con una determinazione quasi ostile.

«Un caffè, per favore.»

«Lungo o corto?»

«Corto.»

La donna lo preparò senza guardarla. Poi, posando la tazzina: «Lei non è di qui.»

«Sono Marta Roversi. Ho ereditato il faro.»

Il bicchiere si fermò a metà del giro. Fu un attimo, un respiro, ma Marta lo vide, perché era abituata a notare dove la vernice sotto la vernice non combacia. La donna posò lo strofinaccio.

«Roversi» disse piano. «Ada Roversi.»

«Mia prozia.»

«Lo so chi era.» Livia, c'era scritto sul registratore di cassa, dietro una targhetta: Livia Dellepiane. Spinse il piattino di un centimetro. «Un euro e dieci.»

Marta pagò. Provò a dire che avrebbe fatto dei lavori, che si fermava qualche settimana, che se serviva qualcosa... La donna annuiva senza ascoltare, e quando Marta si voltò per uscire disse, alle sue spalle, a bassa voce: «Il faro è meglio lasciarlo com'è.»

«Scusi?»

«Niente. Il vento. Dicevo che oggi tira.»

Fuori, contro il muretto del molo, un uomo anziano sedeva su una cassetta capovolta, rammendando una rete. Faccia di cuoio, mani nodose come radici di ginepro. Non alzò la testa quando lei passò, ma Marta, arrivata in fondo al molo, si voltò e lo trovò con gli occhi fissi su di lei, chiari, quasi bianchi. Il vecchio non distolse lo sguardo. Poi riprese la maglia, un nodo, un altro.

Il portone del faro cedette dopo tre tentativi, con un lamento di ferro. Dentro, l'aria era ferma e fredda come in una cripta. Una scala a chiocciola saliva nel buio, i gradini consumati al centro da generazioni di passi. Marta salì con la torcia del telefono, una mano sulla ringhiera che lasciava sul palmo una polvere rossastra. Alla fine della salita, la lanterna: ottone, vetro, e il mare tutt'intorno, immenso, che sfondava le pareti. Si fermò un momento ad ascoltare. Il vento, fuori, produceva un suono basso, continuo, come un respiro trattenuto.

Decise lì, con la fronte quasi contro il vetro. Avrebbe ripulito tutto, documentato, stimato. Poi avrebbe venduto. Un faro non è una casa; non è una persona. Non ci si deve nulla.

Scese fino alla stanza del guardiano, a metà torre: un letto di ferro senza materasso, un tavolo, una stufa spenta, una finestrella tonda sul mare. Le pareti erano rivestite a mezza altezza di pannelli di legno scuro, gonfi d'umidità. Li percorse con le nocche, per abitudine, come faceva a Genova sugli affreschi: toc, toc, toc. Suono pieno, pieno, pieno.

Poi, sotto la finestra, il suono si fece cavo.

Marta ritrasse la mano. Ripeté il gesto, più piano. Toc. Un vuoto, profondo, che rispondeva come una bocca.

Fuori il vento salì di tono e l'imposta della casa riprese a battere. Marta restò immobile, con l'orecchio quasi contro il legno, e per la prima volta da sei mesi non pensò a Davide.

Il quaderno nero

Il pannello cedette la sera stessa, dopo che Marta ebbe recuperato dalla macchina la borsa degli attrezzi. Una spatola sottile nelle fessure, poi il palanchino piccolo, con la cautela di chi sa che sotto il legno può esserci qualsiasi cosa: un affresco, una crepa, un nido di topi. Le viti, mangiate dal salino, si spezzarono una dopo l'altra con uno schiocco secco. Il legno si staccò dal muro con un sospiro di umidità.

Dietro c'era una nicchia nella pietra, larga una spanna, e dentro un involto di tela cerata, legato con spago. Marta lo prese con due mani, come si prende un oggetto che può sbriciolarsi. Non si sbriciolò. Sotto la cerata, un quaderno dalla copertina di tela nera, il dorso scucito, una matita infilata nella piega come un segnalibro.

Si sedette sul letto di ferro, senza materasso, e accese la lampada da lavoro. Sulla prima pagina, a matita, una grafia piccola, ordinata, di chi ha imparato a scrivere con la penna intinta: Nino Bassano. Faro di Punta Chiappa. Anno 1962.

Fuori il vento stava salendo. Lo sentì prima sulla torre, un fischio sottile nelle fessure degli infissi, poi sulla roccia, più grave. Marta girò le pagine. Annotazioni di servizio, in prevalenza: visibilità, pressione, ore di accensione, il consumo dell'olio, un gabbiano ferito, la visita del tecnico da Genova. Poi, a metà quaderno, la scrittura cambiava, si faceva più larga, più nervosa, la matita premeva fino a bucare.

14 novembre. Dalle quattro il barometro scende come un sasso. Il libeccio entra da sud-ovest e il mare diventa nero sotto la punta. Sono salito a controllare la lanterna. Tutto in ordine, l'olio pieno fino al bordo, l'ho misurato io. La Santa Margherita è uscita ieri notte per le reti, tre uomini a bordo. Non è rientrata.

Marta alzò gli occhi. La finestrella tonda tremava nella cornice. Riprese a leggere.

Alle nove la barca doveva già essere in vista. Alle dieci l'onda scavalca il molo. Dal paese mi gridano di accendere. Io sono su, in cima, e accendo. La luce gira. Poi non gira più.

Seguiva una riga cancellata con tanta forza che la carta si era strappata. Sotto, di nuovo:

Non è stato il vento. Non è stato il guasto. Io lo so, e lo sa un altro. Ho guardato la lanterna e il serbatoio era vuoto. Vuoto, io l'avevo riempito alle sei. Ho cercato nella notte una luce da dare a quegli uomini e non ce n'era.

Una macchia di umidità, o forse non di umidità, aveva gonfiato la carta. Marta sentì il freddo salirle lungo la schiena, e non era quello della torre. Più in basso, a pagina intera, una sola frase: Ho promesso, e Dio mi perdoni, ho promesso. E sotto, minuscolo: Ada piange sulla scala.

Marta rimase con il quaderno aperto sulle ginocchia. Il vento batteva sulla torre come un pugno largo, lento. Ada. Provò a ricordare la donna ai funerali: alta, dritta, con il cappotto nero e le mani senza anelli. Non aveva pianto. Non aveva guardato nessuno.

Dormì male, su una brandina portata dalla macchina, con il quaderno sotto il cuscino. Sognò un'acqua senza fondo e una barca che non tornava; si svegliò con il nome di Davide in gola, e il nome non uscì.

La mattina il vento era calato, ma il mare restava gonfio, una pelle di piombo tesa sul fondo. Sotto San Rocco, nella casa dove le avevano detto di cercarlo, Tommaso Ferrando la ricevette in cucina, con la caffettiera ancora sul fuoco. Cinquant'anni, camicia a quadri, i modi lenti di chi per mestiere ha imparato ad aspettare le parole degli altri. Le aveva dato il suo nome la signora della panetteria: uno che è stato carabiniere, ha tempo, forse la ascolta.

«Un diario» disse, quando lei posò il quaderno sul tavolo. Non lo toccò subito. Si asciugò le mani sui pantaloni. «Dove l'ha trovato?»

«Dietro un pannello. Nella stanza del guardiano.»

Lesse in piedi, appoggiato al lavello. Marta lo guardò seguire le righe con il dito, rallentare, tornare indietro. A un certo punto smise di muoversi. Il caffè salì nella moka con un gorgoglio rauco, e lui non si voltò.

«La Santa Margherita» disse alla fine. «Gianni Ferrando era il fratello di mio padre. Era sul peschereccio, con Pietro Dellepiane e Carlo Sturla. Non li hanno mai trovati. In casa non si nominava. Mia nonna ha tenuto la finestra chiusa tutto l'inverno.»

«Mi dispiace.»

«No.» Alzò gli occhi, grigi, attenti. «Io faccio domande da trent'anni e non ho mai saputo questa. Una luce spenta. Non un guasto: spenta.» Richiuse il quaderno con una delicatezza quasi sacra. «Signora Roversi, se lei vuole capire, io la aiuto. Ma devo dirglielo: da queste parti non è una cosa che si chiede.»

«Lo sto già vedendo.»

Lo vide meglio nelle ore dopo. Al forno, la donna che il giorno prima le aveva sorriso contò il resto senza alzare gli occhi. Sul molo, due uomini si rimisero a lavorare alla barca quando lei pronunciò Santa Margherita, e il martello prese a battere più forte. Il vecchio con la rete non c'era. Una porta si chiuse con un colpo lieve, e un'altra, e una tenda si mosse. Il paese si ritirava intorno a lei come una marea, lasciandola al centro di una spiaggia di pietre.

Livia la aspettava davanti al bar, con le braccia incrociate sul grembiule.

«Vuole sapere cosa penso?» disse. «Penso che lei è una brava ragazza e che a Genova c'è un lavoro che l'aspetta. Venda il faro. Venda e se ne vada, signora. Prima che si metta a rovistare dove non c'è niente di suo.»

«Mio no» disse Marta. «Di Ada, però. E Ada lo ha lasciato a me.»

Livia impallidì, non molto, quanto basta. Per un attimo sembrò sul punto di dire qualcosa; le labbra si mossero, poi si serrarono.

«Il caffè lo paga, oggi?» disse invece. «O non lo prende?»

Marta tornò verso il sentiero con il quaderno nella borsa, stretto contro il fianco. Sul mare un'ombra scivolava lenta, una nuvola o una barca. Ada piange sulla scala. Non era stata una testimone, pensò. Non solo. Qualunque cosa fosse accaduta nella notte del 14 novembre, Ada Roversi ci era dentro fino al collo, e aveva aspettato sessant'anni per mandare qualcuno a prendere il quaderno.

Il paese che tace

Nei giorni seguenti Marta imparò che in un paese di trecento anime il silenzio ha molte grammatiche. C'era quello del forno, cortese e scivoloso. C'era quello dei due vecchi alla bocciofila, che parlarono di cernie e di reumatismi per mezz'ora, ma quando lei disse Santa Margherita si guardarono tra loro come due uomini davanti a una porta che nessuno dei due vuole aprire. E c'era quello di una donna di ottantotto anni, Cesira, che la fece entrare in casa, le offrì un biscotto secco e le parlò a lungo, con una voce sottile e dritta, senza dire nulla.

«Ada era bella» disse infine, guardando le proprie mani. «Alta, con quei capelli neri. Gianni Ferrando la guardava come si guarda il mare, capisce? Con rispetto. Dovevano sposarsi a primavera.»

«Erano fidanzati.»

«Da due anni.» Cesira si strinse nello scialle. «Poi non si è più sposata nessuno. Lei è rimasta a Genova, a fare la sarta. È tornata qui solo da vecchia, e viveva in quella casa, sola, e il paese non la salutava. Non per cattiveria. Non sapevamo cosa dirle.»

«E mio nonno? Renato?»

Il biscotto si spezzò tra le dita di Cesira. «Suo nonno quella sera doveva esserci. Lo sapevano tutti. Era il quarto uomo.»

«E perché non c'era?»

«Mal di denti» disse la vecchia, e il tono era quello di chi recita una cosa imparata a memoria. «Gli era venuto un mal di denti.»

Marta non ribatté. Aveva visto abbastanza vernici ritoccate per riconoscere una stesura fresca sopra una crepa.

Con Tommaso passò un pomeriggio nell'archivio della parrocchia e un altro in quello del Comune, dove una ragazza annoiata le portò due faldoni gonfi di umidità. Cercavano tra i ruoli d'equipaggio e le denunce di scomparsa. Tommaso leggeva con la penna tra i denti, e ogni tanto si fermava su un nome di famiglia, il suo, e poi ripartiva.

«Eccolo» disse a un certo punto, e posò un dito su un foglio ingiallito. «Ruolo dell'imbarcazione, ottobre del 'sessantadue. Quattro nomi. Ferrando, Dellepiane, Sturla. E questo.»

Roversi Renato, di anni 22. Una riga di inchiostro lo cancellava, ma senza rabbia, quasi con garbo, e a lato, in un'altra grafia, c'era scritto soltanto: sbarcato.

«Sbarcato quando?» chiese Marta.

«Non c'è data.» Tommaso sollevò gli occhi. «E non c'è la firma di chi l'ha scritto.»

La sera, tornata al faro, si mise a pulire con più rabbia che metodo. Stava togliendo la cenere dalla stufa nella stanza del guardiano quando la paletta urtò qualcosa di duro, sotto la griglia, nel fondo di mattoni. Un panno impolverato. Dentro, una chiave di ferro lunga quanto un palmo, rozza, con il gambo scanalato, e una busta senza francobollo, la carta color tabacco.

Sulla busta, a inchiostro violetto, con una grafia dritta e stretta: Gianni.

La busta non era stata incollata. Marta esitò, poi si disse che la prudenza è un lusso per chi non ha niente da cercare. Il foglio dentro era uno solo.

Gianni, non so dove lasciarti questa lettera, e forse non la lascerò a nessuno. Renato non mi guarda in faccia. Ha le mani che gli tremano. Dice che il mare è stato cattivo, ma io l'ho visto tornare alle quattro, e il mare non era ancora cattivo. Nino ha giurato sul crocifisso che non dirà niente. Mi ha chiesto perdono. Gli ho risposto che non è me che deve chiederlo. Se tu fossi vivo ti direi di non tornare qui. Se sei morto ti dico

La frase si fermava lì. Il resto del foglio era bianco, e sotto, a matita: non l'ho spedita perché non c'è un indirizzo per dove sei.

Marta rimase immobile, con la carta tra due dita, finché la luce della finestrella tonda non passò dall'oro al rame. Poi prese la chiave. Era troppo piccola per il portone. Troppo grossa per un cassetto.

La trovò la mattina dopo, scendendo in cantina con una pila. Il locale, sotto la casa del guardiano, era un budello di pietra con il soffitto a volta e un pavimento di terra battuta, scuro d'umidità. In fondo, nell'ombra, un armadio di noce alto fino alla volta, che da fuori sembrava soltanto una parete. La serratura accolse la chiave con uno scatto morbido, come se l'avessero oliata. Dentro: scaffali, vecchi attrezzi, una lanterna a petrolio, e in basso una pila di registri dalla costa di tela, ciascuno con un anno stampato a inchiostro bianco. Sul penultimo, 1962.

Lo sfogliò in piedi, con la pila stretta sotto l'ascella. Righe ordinate, giorni, ore, il consumo dell'olio. Fino al 14 novembre, dove la scrittura diventava breve e spezzata, e il consumo dell'olio, nella colonna accanto, riportava un numero che lei non ebbe il tempo di confrontare con le pagine del diario, perché fuori, sopra, qualcosa batté contro il muro. L'imposta, si disse. Salì e portò il registro nella stanza del guardiano, lo posò accanto al quaderno nero, e rimandò tutto a dopo cena, quando avrebbe avuto la testa più lucida.

Il rumore la svegliò verso le tre. Non era il vento. Dormiva sulla brandina, nella stanza della casa che aveva liberato dai calcinacci, e il suono veniva dalla torre: un passo sul ferro, una pausa, un altro. Il portone lamentò il suo gemito. Marta rimase con gli occhi aperti nel buio, il cuore che le batteva nelle orecchie, la mano chiusa sulla coperta come sulla chiave di tre giorni prima.

Quando trovò il coraggio di muoversi, la torcia in mano, il sentiero era vuoto. Il mare russava nel buio, in basso. Nella stanza del guardiano il tavolo era in ordine. Il quaderno nero, che si era portata a letto, era ancora sotto il suo cuscino. La lettera, nella tasca della giacca. Ma accanto alla lampada, dove aveva lasciato il registro del 1962, c'era soltanto un rettangolo pulito nella polvere, netto, di qualcuno che sapeva esattamente cosa prendere.

Marta si sedette sul letto di ferro. Le tremavano le ginocchia, e non per il freddo. Per sessant'anni quelle pagine erano state al sicuro dietro una chiave, e bastavano tre giorni di domande per far muovere qualcuno nella notte.

Sul davanzale della finestrella c'era un'impronta di fango, di suola grossa, ancora umida. Guardò il mare, sotto, nero e fermo.

La verità, pensò, non era soltanto vecchia. Era viva, e qualcuno stava ancora pagando per tenerla nascosta.

L'olio della lanterna

Il registro era sparito, ma Marta aveva ancora la memoria dei numeri. Li scrisse sul retro di una busta alle sei del mattino, con la matita di Nino infilata nella piega del quaderno, seduta sui gradini della torre mentre il sole faceva salire una nebbia sottile dal mare. Olio in lanterna alle sei del 14 novembre: pieno. Consumo notturno previsto: poco più di un litro l'ora. Alle dieci e quaranta, secondo il diario, il serbatoio era vuoto.

Non tornava. Non c'era guasto al mondo che potesse bere centocinquanta litri in quattro ore.

Tommaso l'aspettava a Genova, davanti alla Capitaneria, con la giacca buona e due caffè in bicchieri di carta. Aveva ancora un amico dietro un banco, disse, uno di quelli che non chiedono perché. Li fecero sedere in una stanza senza finestre, con un tavolo di linoleum e un faldone dell'anno 1962 che sapeva di colla vecchia. Marta sfogliò con i polpastrelli, piano, come si sfoglia una pergamena.

«Qui» disse.

Registro dei segnalamenti marittimi, 15 novembre. Fanale di Punta Chiappa: estinto alle ore 22.40. Causa dichiarata dal custode: avaria al gruppo e mancanza di combustibile. Due righe sotto, la bolla di consegna dell'olio, firmata e timbrata il 12 novembre. Duecento litri.

«Duecento litri tre giorni prima» mormorò Tommaso. «E mancanza di combustibile.»

«Nino ha scritto avaria perché qualcuno gli ha detto di scriverlo.» Marta sentì la gola stringersi. «Ma sapeva che il serbatoio era stato svuotato. Lo scrive nel diario: l'avevo riempito io.»

Non parlarono per un po'. Poi l'amico di Tommaso tornò con un secondo fascicolo, più sottile, con il timbro della Guardia di Finanza. Lo posò sul tavolo come si posa un oggetto che scotta.

«Mi hai detto Santa Margherita. C'è questo.»

Un verbale di ottobre. Sequestro di quattrocento stecche di sigarette americane sul litorale di Recco, il corriere fuggito a piedi. Nella pagina dopo, un elenco di sospetti, nomi di barche da pesca. Al terzo posto: Santa Margherita. E in margine, a penna blu, un appunto che nessuno aveva mai cancellato: Interrogato Roversi Renato, di anni 22. Nega. Riferisce che "non sale più su quella barca".

Marta rilesse la frase tre volte. Poi chiuse il fascicolo con la mano piatta, come per tenerlo fermo.

«Mio nonno non era rimasto a casa per il mal di denti» disse. «Voleva scendere. E gli altri no.»

«Forse c'era un altro carico da portare.»

«E lui sapeva che stavano per essere presi.» Sentì la voce incrinarsi e la tenne ferma. «Era l'unico del paese con la chiave del faro, oltre a Nino. Ada gliel'aveva data per portarle il pane.»

Nel viaggio di ritorno la costa scorreva a sinistra, tutta curve, e Tommaso guidava senza parlare. Quando entrarono a Camogli, disse soltanto: «Mio zio è morto per un carico di sigarette.»

«Per una luce.»

«È la stessa cosa.»

«No» disse Marta. «Una luce sarebbe bastata.»

Livia stava abbassando la serranda quando la raggiunse. Era quasi buio, il porticciolo vuoto, e dal bar usciva un odore di caffè freddo e di candeggina. Marta mise il quaderno nero sul banco. Poi il foglio fotocopiato della Capitaneria, poi il verbale, uno sull'altro.

«Duecento litri» disse. «E tutti sapevate.»

Livia guardò le carte senza toccarle. Le mani le tremavano appena nelle tasche del grembiule.

«Sapevamo» disse infine. «Non tutto. Pezzi. Mio padre diceva che il mare era entrato nella lanterna, e poi che la lanterna era finita senz'olio, e poi non diceva più niente. Un pezzo ognuno, capisce? Se lo mettevi insieme veniva fuori una cosa che nessuno voleva guardare.»

«Mio nonno li ha uccisi.»

«Suo nonno aveva ventidue anni e aveva paura.» Livia batté il pugno sul banco, senza forza. «E sua sorella è venuta da mia nonna in ginocchio, e ha detto: ho un fratello solo. E mia nonna ha detto: e io ho un figlio solo, e il mare se l'è già preso. Non c'era niente da riprendere, signora. C'era da tenere in piedi chi era rimasto. Se si sapeva, i Roversi erano finiti e le famiglie dei morti diventavano le famiglie di quelli che avevano fatto il contrabbando con loro. Niente pensione, niente chiesa. Il paese ha scelto di tacere.»

«Il paese ha scelto per i morti.»

«Il paese ha scelto per i vivi!»

Fu in quel momento che qualcosa cedette dentro Marta, e non era il discorso di Livia, né il nome del nonno. Era la parola scelto. Si vide su un molo, un mattino di maggio, e sentì la propria voce: vai tu, ti fa bene. Sentì il telefono vibrare sul banco di lavoro, la restauratrice che guardava il numero sconosciuto con il pennello ancora in mano. Signora Roversi, sono la Guardia Costiera. La carta nelle dita. La sedia che non c'era, e lei che si sedeva lo stesso.

«Lei non sa che cosa sia» disse, e non riconobbe la propria voce, bassa, roca. «Tacere per salvare qualcuno. Non salvi nessuno. Resti lì per anni a guardare il mare e a dirti che saresti potuto essere tu.»

Livia la fissò. Per un attimo, tra le due donne, ci fu soltanto il rumore del mare contro i piloni.

«Anche mio fratello è uscito perché glielo avevo detto io» continuò Marta, e le lacrime le venivano senza permesso, calde, bruciavano sul viso freddo. «Era sereno, diceva che avrebbe preso il vento al largo. E io, a Genova, a ritoccare un angelo. Voi avete avuto sessant'anni per vergognarvi. Io sei mesi, e non basta. E adesso mi dite che anche la mia famiglia...»

Non finì la frase. La rabbia era un'onda e la lasciò passare, sulla pelle, nelle mani, finché non rimase soltanto il vuoto che lasciano le onde, i sassi lucidi, qualcosa che bruciava meno.

Livia aveva abbassato gli occhi. Tirò fuori da sotto il banco un panno e cominciò a strofinare un punto già pulito.

«Il registro non l'ho preso io» disse, senza guardarla. «Ma so chi l'ha fatto, e non per cattiveria. Chi l'ha fatto non dorme da sessant'anni.»

«Chi?»

«Aspetti il libeccio» disse Livia. «Dicono che stanotte, o domani, vira. Se è lui che dev'essere, salirà da solo.»

Marta riprese il quaderno, le carte, la chiave. Fuori il vento aveva già cambiato direzione: lo sentì sul viso, tiepido, umido, con dentro l'odore del sud. In fondo alla punta, sulla torre senza luce, la lanterna spenta sembrava un occhio chiuso che aspettasse soltanto di essere guardato.

La luce di Punta Chiappa

Il libeccio arrivò a mezzanotte, come un'ammissione. Prima fu un tepore sulla pelle, poi un ruggito basso sotto la punta, poi la torre cominciò a vibrare e dalla finestrella tonda Marta vide il mare diventare nero e ritto, con la schiuma che galoppava sulle rocce. Aveva acceso la lampada da lavoro nella stanza del guardiano e aspettava, con il quaderno aperto sulle ginocchia alla pagina del 14 novembre. Il mare diventa nero sotto la punta. Sessant'anni dopo, parola per parola.

Sentì il portone gemere verso l'una. Poi i passi sulla scala, lenti, un gradino alla volta, un respiro che si fermava a ogni giro di chiocciola. Non ebbe paura. Si accorse che lo aspettava dal primo giorno, dal primo sguardo bianco sopra la rete.

Elio comparve sulla soglia con la cerata gocciolante e un involto sotto il braccio. Era più piccolo di come lo ricordava, curvo, con la bocca serrata in una linea di cuoio. Posò l'involto sul tavolo. Dentro c'era il registro del 1962, la tela annerita dalle sue mani.

«L'ho preso io» disse. «Non per tenerlo. Per leggerlo un'ultima volta, prima che lo leggesse un altro.» Si sedette sul letto di ferro, con una fatica che parve di tutto il corpo. «Sono sessant'anni che mi dico che tocca a me. Non ho mai trovato la sera giusta.»

«Questa lo è?»

«Tira come allora.» Guardò la finestrella, dove il vetro tremava. «Avevo quindici anni, signora. Facevo il mozzo. Quel pomeriggio il mare mi aveva rivoltato lo stomaco, e Gianni mi disse: scendi alla punta, Elio, e torna a casa, che sei verde. Mi sbarcarono qui, sotto la torre. Vidi Renato salire le scale con la chiave in tasca. Non mi vide.»

Marta non disse nulla. Il vento premeva sul vetro come una mano.

«Lui aveva litigato con gli altri. Un carico, a Recco: sigarette. La Finanza aveva già preso la mano, lo sapeva, aveva paura, diceva che non ci sarebbe più andato. Gli altri dicevano una volta ancora.» Elio aprì le dita nodose, le richiuse. «Renato salì. Svuotò il serbatoio nei bidoni, uno dopo l'altro, e buttò tutto dalla scogliera. Lo vidi dalla roccia, con la schiena rotta dalla fatica. Pensava che senza fanale la barca avrebbe girato al largo, in qualche calata, senza farsi vedere. Pensava che non sarebbero andati fino a Recco, senza luce. Non pensava al libeccio. Aveva ventidue anni.»

«E Nino?»

«Nino salì alle nove e trovò la lanterna secca. Capì tutto, e capì anche chi era. Quando Ada arrivò sulla scala...» Elio si fermò. «Lei non gli disse copri mio fratello. Gli disse: se parli, siamo finiti. Ma se non parli, non c'è più nessuno di noi. E lui tacque. Poi ha vissuto ventisette anni qui, a pulire una lanterna che non aveva più olio da dare a nessuno.»

Marta posò la mano sul quaderno nero. Ho promesso, e Dio mi perdoni, ho promesso. Capì che il rimorso di Nino non stava nel silenzio, ma nell'aver accettato che il silenzio diventasse una forma di bene.

«E Ada ha lasciato il faro a me» disse piano.

«Ada veniva a sedersi sul molo, la sera. Guardava la torre. Mi disse una volta: quando muoio, la mando a qualcuno che la riaccenda. Non diceva chi.» Elio alzò gli occhi bianchi, e dentro c'era qualcosa di umido. «Voleva che fosse uno di fuori. Uno che non avesse paura dei nostri morti.»

Fu allora che Marta lo comprese per intero, come si capisce, dopo mesi di sporco, il disegno nascosto sotto lo strato nero. Ada non le aveva lasciato una pietra. Le aveva lasciato un compito: far uscire la verità prima che qualcun altro dovesse morire con una colpa non sua. Il nonno, Livia, Tommaso, Elio stesso: tutti con un peso addosso che apparteneva a una notte, a una paura, a un ragazzo di ventidue anni.

«La riaccendiamo» disse. «Domani.»

«Non c'è olio» disse Elio, con una smorfia che somigliava a un sorriso.

«C'è un paese.»

La sera dopo il libeccio era caduto e il cielo si era ripulito fino al fondo. Tommaso arrivò per primo, con due bidoni e una pompa a mano; dietro, Livia con il grembiule sotto il cappotto, poi i vecchi della bocciofila, poi Cesira sul braccio di un nipote, poi uomini e donne che Marta non aveva mai visto, in fila sul sentiero, ciascuno con una latta, una tanica, un bidone da dieci litri. L'olio passò di mano in mano su per la scala a chiocciola, di gradino in gradino, finché il serbatoio non fu pieno fino al bordo. Livia lo misurò con l'asta. Poi lo guardò, e guardò Marta.

«Pieno» disse. «L'ho misurato io.»

Salirono tutti sulla scogliera, e il sole cominciò a calare. Marta restò sola nella lanterna, con i vetri che aveva strofinato per tre giorni e che ora prendevano il colore del rame, e sotto di lei il paese che aspettava. Appoggiò il fiammifero alla miccia. La luce nacque piccola, tremolante, poi la lente la prese e la fece grande.

Dalla scogliera, quando scese, la sentì girare sulle teste. Una lama lunga, bianca, che attraversava il mare e tornava. Si avvicinò al parapetto, dove Elio e Tommaso, a capo scoperto, aspettavano.

«Gianni Ferrando» disse, e la voce le uscì ferma. «Pietro Dellepiane. Carlo Sturla.»

Nessuno rispose. Il mare lo fece al posto loro, con un tonfo lungo contro lo scoglio. Qualcuno singhiozzò, molto piano, e non era nessuno che lei conoscesse. La luce passò sui loro visi, uno a uno, e li lasciò a ogni giro più liberi.

Marta guardò l'acqua. Era immensa, nera e indifferente, e splendeva ogni volta che il raggio la sfiorava. Pensò a Davide, per la prima volta senza che il suo nome le restasse in gola. Pensò a un mattino di maggio, a un giubbotto arancione, a un mare che non aveva un cuore, né un torto, né una memoria. Il mare prende, pensò. Non sceglie. Chi sceglie è sempre soltanto chi resta, e si fa un'ingiustizia per sentirsi ancora vivo. Non era stata lei. Non c'era stata nessuna luce da accendere, nessun olio da levare. C'era stata soltanto una giornata, e una barca, e il vento.

Il faro dentro di lei era rimasto spento sei mesi, non per mancanza di luce. Per mancanza di qualcuno che osasse salire.

«Stai bene?» chiese Tommaso.

«Sì» disse Marta, e si accorse che era vero. «Domani chiamo l'agente immobiliare.»

«Per vendere?»

«Per disdire.» Sorrise, e le lacrime, questa volta, erano soltanto sale. «C'è da rifare l'intonaco, i giunti, tutto il cornicione. Sei mesi. Forse un anno.»

Elio, accanto a lei, guardava la luce girare. Mise la mano nodosa sul parapetto, accanto alla sua, e per un momento nessuno dei due la tolse.

«Nino ne sarebbe contento» disse. «Lui ci teneva ai giunti.»

Il fascio passò ancora, lungo, sul mare, e sul faro di Punta Chiappa tornò a notte, finalmente, una luce che sapeva dove andare.